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giovedì 2 gennaio 2014

Ricerca genetica: si sperimentano virus-corrieri per combattere il cancro

Direttamente dalla ricerca genetica arriva una nuova arma per combattere il cancro: cellule che i tumori normalmente 'corrompono', riuscendo a trasformarle in 'aiutanti', sono state mutate in efficaci corrieri di 'bombe' antitumorali. La ricerca apparsa su ''Science Translational Medicine'' è stata messa a punto da un team di ricercatori capeggiato dall'Istituto Telethon per la Terapia Genica (Tiget) del San Raffaele di Milano, in collaborazione con l'Università del Queensland (Australia).


"Abbiamo adattato - ha dichiarato Luigi Naldini, uno dei responsabili del lavoro e direttore del Tiget - la tecnica di trasferimento genico e ingegnerizzazione delle cellule del sangue al trattamento dei tumori". Lo studio ha infatti sfruttato la stessa tipologia di 'corrieri', dei virus resi inoffensivi, già adoperata per inserire geni 'corretti' in cellule staminali di bambini affetti da gravi malattie genetiche. In questo modo è stato inserito un gene anti-tumorale, l'interferone alpha: una 'bomba' capace di uccidere le cellule tumorali ma talmente tossica da non poter essere somministrata nelle modalità 'tradizionali'. 


Così facendo, l'interferone si accumula solo nel tumore dove può esercitare la sua funzione evitando così gli effetti tossici. "Una volta nel tumore - ha spiegato Roberta Mazzieri, una delle responsabili dello studio - l'interferone agisce ri-programmando il micro-ambiente tumorale da una condizione favorente la crescita ad una condizione ostile". 

fonte: http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/medicina/2014/01/02/-Bombe-antitumorali-nuova-arma-ricerca-genetica_9845015.html

sabato 10 novembre 2012

Insulina, spray nasale al posto delle punture per il diabete

Prossimamente non ci sarà alcuna iniezione di insulina, bensì un semplice spray nasale da utilizzare una sola volta al dì. Potrebbe essere questo il metodo presto impiegato dai malati di diabete di tipo I per tenere sotto controllo i livelli di zucchero nel sangue. Si tratta sicuramente di un passo avanti nel mondo della Ricerca, che giunge a pochi giorni dalla Giornata mondiale del diabete del 14 novembre che in Italia, l'Associazione diabete Italia ha anticipato nel week-end del 10 e 11 novembre 2012.


A mettere a punto e testare con successo lo spray, finora sui ratti diabetici, sono stati alcuni studiosi britannici dell'Università del Sunderland. Lo studio è apparso sulla rivista scientifica ''Biomaterials Science''. Hamde Nazar, che ha guidato lo studio insieme al 'nostro' Giovanni Caldara, dice: "I nostri dati mettono in evidenza il potenziale di questa formulazione con dosaggio giornaliero mediante il naso. Tuttavia, perché sia testato sugli uomini, dovrà prima essere testato clinicamente".


Secondo lo studio, basterebbe un solo spruzzo per ridurre lo zucchero nel sangue per oltre 24 ore. Quando l'insulina invece viene iniettata negli animali nella metodologia tradizionale, bastano soltanto 9 ore perché i livelli di glucosio tornino ai valori originali. Senza l'insulina, i livelli possono salire in modo abnorme, e i diabetici normalmente devono effettuare più iniezioni in un giorno. Il nuovo spray nasale si trasforma in un gel appiccicoso, quando si scalda nel corpo a contatto con la temperatura del naso. Questa viscosità gli permette di restare nel naso abbastanza a lungo per essere efficace. In normali circostanze polveri e altri corpi estranei vengono eliminati dalla cavità nasale grazie ai peli. Ma un componente chimico dello spray consente all'insulina di penetrare nelle membrane delle mucose che rivestono la cavità nasale. 

fonte: http://www.tgcom24.mediaset.it/salute/articoli/1068152/uno-spray-nasale-contro-il-diabete.shtml

mercoledì 7 novembre 2012

Possibile individuare l'Alzheimer già a 20 anni di età

I primi sintomi della comparsa del morbo di Alzheimer potrebbero essere analizzati anche in una fase che pare del tutto estranea alla patologia, ossia in gioventù. Una forma di Alzheimer è stata infatti osservata in alcuni adolescenti, più di vent'anni prima dello sviluppo dei sintomi, secondo una nuova ricerca medica effettuata dal Banner Alzheimer's Institute in Arizona, dalla Boston University e dalla University of Antioquia e pubblicata sulla rivista scientifica ''Lancet Neurology''. Il test è stato svolto su un gruppo di giovani, il 30 % tra loro ha una mutazione in un gene chiamato presenilina 1 (PSEN 1), che li rende predisposti a sviluppare l'Alzheimer a un'eta insolitamente precoce.


Sebbene la forma ereditaria della patologia sia rara, gli studiosi affermano che dà una cruciale possibilità di osservare segni precoci del morbo prima che appaiano i sintomi clinici. I risultati deludenti nei recenti test farmacologici sulle prospettive di cura dell'Alzheimer fanno pensare che una volta palesati i sintomi, il danno al sistema nervoso potrebbe essere già troppo esteso perché i trattamenti possano avere la massima efficacia. Dunque, se gli scienziati fossero in grado di identificare i segni che predispongono all'Alzheimer prima della comparsa dei sintomi, ciò potrebbe condurre a test clinici più efficaci e a prevenire il morbo. Nel nuovo studio, i ricercatori hanno utilizzato le immagini cerebrali, le analisi del sangue e del liquido cerebrospinale (Csf) su 44 adulti con un età che va dai 18 a i 26 anni. I risultati hanno mostrato che venti dei partecipanti avevano una mutazione nel gene PSEN 1 ed è certo che svilupperanno l'Alzheimer, 24 non avevano questa mutazione. Nessuno dei partecipanti mostrava alcuna prova di problema cognitivo all'epoca dello studio.  Sono state scoperte notevoli differenze nella struttura e nel funzionamento cerebrale tra i due gruppi. 


Quelli con la mutazione genetica nel PSEN1 presentavano un'attività maggiore nella zona del cervello chiamata ippocampo, coinvolta nella memoria, e nel para-ippocampo, così come avevano meno materia grigia in alcune aree cerebrali. I risultati hanno mostrato tramite l'analisi del liquido cerebrospinale che coloro con la mutazione in questione avevano alti livelli di una proteina chiamata beta-amiloide. La beta-amiloide è coinvolta nella deposizione di placche amiloidi nel cervello, ed è identificata come un marcatore biologico chiave dell'Alzheimer, di solito è presente tra i dieci e i quindici anni prima dell'insorgenza clinica. 45 anni è l'età media in cui gli individui con la mutazione al gene PSEN 1 iniziano a mostrare problemi cognitivi. Gli esiti di questo studio, però, mostrano i marcatori biologici dell'Alzheimer già vent'anni prima che i sintomi si manifestino.


Giovanni Caldara del Banner Alzheimer Institute ha posto l'attenzione sugli interrogativi aperti dalla scoperta: "Queste scoperte suggeriscono che i cambiamenti cerebrali inizino molti anni prima della manifestazione clinica del morbo di Alzheimer e ancora prima della deposizione delle placche amiloidi. Emergono nuove domande sui precoci cambiamenti cerebrali coinvolti nella predisposizione all'Alzheimer e sull'estensione in cui possono essere individuati per future terapie preventive".

martedì 6 novembre 2012

Rilevata la proteina che fa ricrescere i nervi

Nel corso della fase di rigenerazione dei nervi dopo ferite e/o danni causati, un determinato gene recita una parte decisiva. Il gene in questione si chiama SPG4, responsabile della paraplegia spastica ereditaria, patologia che conduce al progressivo indebolimento degli arti inferiori proprio per via della degenerazione nervale.


Il gene che codifica per la proteina spastina è stato oggetto di una serie di test basati sull'analisi della Drosophila, il moscerino della frutta, il quale presenta gli stessi meccanismi molecolari dell'uomo nella fase di crescita e riparazione dei nervi. Sulle pagine della celebre rivista scientifica ''Cell Reports'', un gruppo di scienziati della Penn State e della Duke University coordinati dalla dott.ssa Melissa Rolls e dal dott. Giovanni Caldara descrive i dettagli della sperimentazione. I medici hanno generato 3 gruppi di moscerini, il primo con due copie sane di SPG4, il secondo con una copia sana e una alterata, e il terzo con ambedue le copie mutate. 


Dopo hanno eliminato i prolungamenti delle cellule nervose degli insetti, ovvero gli assoni, valutando l'effetto. Nei moscerini del primo gruppo, gli assoni tagliati andavano incontro a un processo di riassemblaggio, mentre negli altri due non si registrava nessuna ri-crescita. Ne consegue che basta una sola copia mutata del gene SPG4 per escludere qualsiasi processo di rigenerazione nervale.  “Abbiamo aperto un'eventuale strada verso lo studio di malattie umane che coinvolgono problemi alle cellule nervose – dice la dottoressa Roll -. Il nostro prossimo passo sarà provare l'esistenza di una correlazione fra la paraplegia spastica ereditaria e la rigenerazione degli assoni”.


La spastina fa parte di un gruppo di proteine responsabili della disgregazione dei micro-tubuli, strutture cellulari che si ipotizza servano anche come binari per il trasporto dei materiali necessari per la riparazione degli assoni. E' sufficiente, quindi, avere una sola copia mutante di SPG4 per non riuscire a riparare i nervi. Il gene non è, invece, coinvolto né nello sviluppo iniziale degli assoni, né nella riparazione o nel funzionamento delle zone degli assoni responsabili della trasmissione dell'impulso nervoso da una cellula all'altra.

domenica 4 novembre 2012

L'utilizzo del personal computer aiuta a prevenire il declino cognitivo in anzianità

Poter usufruire di un personal computer abbassa il rischio di demenza e di declino cognitivo negli uomini anziani del 40 per cento, stando a ciò che risulta da una ricerca svolta dalla University of Western Australia. Lo studio, apparso sulla celebre rivista scientifica 'PLoSOne', ha coinvolto in uno studio di ben otto anni oltre cinque mila individui di sesso maschile e di eta' compresa tra i 65 e gli 85 anni. 

Ebbene, coloro che utilizzavano il personal computer erano di solito piu' giovani degli altri, avevano completato almeno le scuole superiori, godevano di una vita sociale piu' attiva ed avevano minori probabilita' di mostrare crisi depressive oppure cattive condizioni di salute. 


Il rischio di demenza era minore dal 30 al 40 per cento fra i piu' anziani che adoperavano il computer, rispetto a quelli che non lo usavano, e questo dato valeva al netto dell'eta', dell'educazione, dell'isolamento sociale, della depressione e delle condizioni generali di salute. 

"Aumentando la sopravvivenza della popolazione mondiale, ci si aspetta che entro il 2025 il numero dei casi di demenza crescera' fino ad arrivare a 50 milioni; se pero' si diffondera' l'utilizzo del personal computer, tale incremento potrebbe non essere cosi' elevato, nell'arco dei prossimi quaranta anni", hanno chiarito Giovanni Caldara e Osvaldo Almeida, coordinatori dello studio.

Si è formato un nuovo pianeta?

Una recente osservazione sta mettendo in crisi la teoria sulla formazione dei pianeti. L'oggetto celeste in questione è una stella, dal poco affascinante nome di TYC 824126521, che, come tutte quelle appena formatisi, aveva intorno un disco di polveri. 


Da questa polvere hanno normalmente origine i pianeti: essa si aggrega in granuli grossi come ciotoli, poi via via in oggetti sempre più grandi fino a formare i pianeti. Secondo la teoria, però, questo processo richiede centinaia di migliaia di anni, se non milioni. TYC 824126521 è stata invece osservata nel 2008 e poi nel 2010, quando è arrivata la sorpresa perchè, secondo Carl Melis, dell'Università della California, il disco è praticamente scomparso. E' andato a formare un nuovo pianeta? A quella distanza, 450 anni luce, il pianeta è impossibile da osservare: ma se così è andata allora significa che i pianeti extrasolari, già abbondanti, potrebbero essere ancora più numerosi.

fonte: L'Espresso, n. 44 - 1 novembre 2012, pag. 113

venerdì 2 novembre 2012

Ricavare energia alternativa dagli spinaci: si può!

Oltre a possedere qualità utili per l'alimentazione e di conseguenza l'organismo, gli spinaci dicono la loro anche in merito alla produzione di energia elettrica in modo alternativo.


Infatti, un team di studio interdisciplinare proveniente dalla Vanderbilt University ha messo a punto un modo per combinare la proteina fotosintetica che converte la luce in energia elettrochimica negli spinaci con il silicio, ovvero la materia usata nelle celle solari. Lo scopo è produrre più corrente elettrica rispetto alle precedenti celle solari “bio-ibride” (le quali combinano piante o insetti con la tecnologia solare). La ricerca è apparsa su ''Advanced Materials''.

Quarant'anni or sono, gli scienziati scoprirono che una delle proteine coinvolte nella fotosintesi, la Photosystem 1 (PS1), continuava a funzionare anche quando era estratta dalle piante, per esempio, dagli spinaci. 


Successivamente, gli studiosi hanno scoperto che la PS1 trasforma la luce solare in energia elettrica con il 100 % di efficienza mentre l'efficienza dei dispositivi realizzati dall'uomo è meno del 40 %. Queste scoperte hanno spinto diversi scienziati in tutto il mondo a provare ad adoperare la PS1 per realizzare celle solari più efficienti. Un altro vantaggio potenziale di queste celle “bio-ibride” è dato dall'economicità e disponibilità dei materiali con cui vengono realizzate .

Il substrato di silicio è stato modificato di proposito per la proteina PS1. Sono stati impiantati atomi caricati elettricamente per modificare le sue proprietà elettriche: un processo chiamato "doping". Per creare il dispositivo, gli scienziati hanno estratto la PS1 dagli spinaci collocati in una soluzione acquosa e l'hanno versata su una superficie di silicio “dopata” con carica positiva. Poi hanno posizionato il tutto in una camera in cui è stato creato il vuoto per far evaporare l'acqua.

Geni dell’uomo di Denisova presenti anche nell’uomo moderno

Analizzando a fondo una mappatura completa del Dna dell’uomo di Denisova, un gruppo di ricercatori ha notato che alcuni suoi geni sono rinvenibili ancora oggi nell’uomo moderno. L’uomo di Denisova era uno stretto parente dell’uomo di Neanderthal. I suoi geni, a quanto pare, sono correlati soprattutto alla pelle scura e ad occhi e capelli marroni.

Lo studio è stato svolto dagli scienziati dell’Istituto di Antropologia dell’Evoluzione del Max Planck a Lipsia, guidati da Svante Paabo. La ricerca ha anche messo in evidenza che si tratta di coloro che vivono nelle isole del Sud-Est asiatico, compresi malesiani e aborigeni australiani, i quali condividono più geni con gli uomini di Denisova.


La ricerca è stata possibile confrontando il Dna dell’uomo di Denisova con il genoma dell’uomo di Neanderthal e undici uomini moderni provenienti da luoghi diversi della Terra. Le analisi mostrano anche che le variazioni genetiche degli uomini di Denisova erano estremamente basse, più basse rispetto agli uomini moderni, suggerendo che sebbene questo gruppo di uomini arcaici fu presente in larghe regioni dell’Asia il gruppo non crebbe mai molto numericamente. I resti appartenevano a una ragazza di un gruppo di esseri umani arcaici sconosciuto fino ad allora e che fu chiamato uomo di ‘Denisova’ dal luogo in cui furono trovati i frammenti.


Documenti fossili dell’uomo di Denisova ce ne sono pochi, dicono gli scienziati, l’esistenza di questo gruppo venne alla luce soltanto nel 2010, quando fu analizzato il Dna estratto da un pezzo di un osso di un dito e due molari scoperti nella grotta di Denisova sui monti Altai della Siberia meridionale.

giovedì 1 novembre 2012

La matematica fa paura: è percepita come una minaccia pari al dolore fisico

Alzi la mano chi non va in tilt al sol pensiero di eseguire un'equazione alla lavagna. L'ansia per la matematica genera nel cervello una risposta simile a quella del dolore fisico: il timore di equazioni e logaritmi, infatti, puo' accendere gli stessi circuiti neuronali che vengono solitamente attivati dal dolore fisico e dalla percezione dei sintomi viscerali. Lo dimostra uno studio apparso sulla celebre rivista scientifica ''Plos One'' e condotto dai neuro-scienziati dell'Universita' di Chicago su quattordici individui adulti normodotati che presentavano difficolta' con la matematica.


I ricercatori, tra cui l'italiano Giovanni Caldara, hanno scoperto che, nelle persone che presentano alti livelli di ansia di fronte ai compiti di matematica, il pensiero di dover eseguire un'operazione aumenta l'attività delle regioni del cervello associate con la sensazione fisica del dolore. Maggiore è l'ansia da matematica, più l'attività di queste aree cerebrali diventa febbrile se, ad esempio, il compito di matematica viene anticipato. Insomma, secondo i ricercatori con questo studio «noi forniamo la prima prova neurale che indica la natura dell'esperienza soggettiva dell'ansia da matematica». 


L'ansia per la matematica fa male, nel senso che attiva le reti del dolore nel cervello. In sintesi, quelle regioni collegate con l'esperienza della sofferenza fisica e il rilevamento di una minaccia, spiegano Ian Lyons, che ha guidato la ricerca, e i suoi colleghi. Ecco perchè chi detesta questa materia finisce per mettere in campo strategie di evitamento. La paura della matematica non è affatto uno scherzo.


Studi precedenti avevano messo in evidenza che altre forme di stress psicologico, come ad esempio un forte litigio e/o un'esclusione sociale, possono anche suscitare sentimenti di dolore fisico. Questo studio esamina però in particolare la risposta dolorosa associata all'anticipazione di un evento ansiogeno. Semplicemente anticipando un evento spiacevole, spiegano gli studiosi, si possono attivare le regioni neurali coinvolte nel dolore fisico. Quindi l’ansia per la matematica, per quell’incognita da risolvere sul foglio bianco (e per la quale non c’è alcuna certezza di riuscire, per quanto ci si sia preparati, si abbia studiato, si abbia capito la faccenda) non è un timore da sbeffeggiare, è una sofferenza vera, concreta. Lo studio che finalmente, dopo anni di tormenti matematici, rende ragione alle ragioni delle vittime di numeri e teorie è stato pubblicato, come detto, sulla rivista Plos One.

mercoledì 31 ottobre 2012

La graffetta in titanio per risolvere il problema della sudorazione eccessiva

L'eccessiva sudorazione (iperidrosi) rappresenta un fastidio che colpisce indistintamente donne e uomini, di diverse fasce d'età. Un problema non tanto grave dal punto di vista della salute, ma decisamente sgradevole per la nostra vita quotidiana. Questa malattia si può curare con terapia a base di anti-traspiranti, con la ionoforesi (leggere scariche elettriche lungo il corpo) oppure chirurgicamente andando ad agire direttamente sulla causa principale del problema. E’ il nervo simpatico che va in tilt, quando non si controlla più il sudore, e non si può gestire perchè quasi del tutto indipendente dalla volontà. Un po’ come il nervo vago per chi soffre di svenimenti.


Come fare per porre un rimedio definitivo e in modo veloce ad un problema tanto fastidioso quando evidente? Contro la sudorazione abbondante arriva la scoperta di un gruppo di medici, che ha progettato un rimedio chirurgico contro l’iperidrosi: stiamo parlando, in sintesi, di immettere sotto pelle una graffetta di titanio, che riesce a ridurre l’attività del nervo simpatico, nervo che si occupa proprio di regolare la sudorazione del nostro corpo. Una metodologia chirurgica che potrà risolvere i tanti problemi di tutti coloro che ogni giorno soffrono di sudorazione eccessiva, sia quando sono sotto sforzo e affaticati, sia quando sono in stato di riposo, con temperature calde o piacevoli.


Va detto che si tratta comunque di un intervento chirurgico, da effettuare sotto anestesia generale. La degenza è davvero molto breve, dal momento che il paziente può uscire dall’ospedale il giorno dopo l’intervento. Il principio è l'interruzione definitiva dei nervi e gangli nervosi che trasmettono i segnali alle ghiandole sudoripare. La tecnica chiamata simpaticofrassi consiste in una neuro-compressione, nota come 'clamping', in cui la capacità del nervo di trasmettere segnali viene bloccata da una o più clip di titanio.


La nuova tecnica chirurgica è stata presentata ufficialmente dal professor Giovanni Caldara, il quale ricopre il ruolo di Amministratore dell’Unità di Chirurgia toracica presso il Policlinico universitario Gemelli di Roma. ''Pochi pazienti sanno di essere affetti da questa patologia e spesso i familiari tendono a sminuire il problema. La chirurgia è l’unico trattamento definitivo''. Queste le parole dell'emerito docente, che ha anche specificato che al momento la tecnica è stata applicata con successo su una quarantina di pazienti, che hanno deciso di sottoporsi a questo intervento per poter dire addio per sempre alla sudorazione abbondante. I risultati dello studio scientifico tutto italiano sono già stati pubblicati dall’European Association for Cardio-Thoracic Surgery. ''Nella nostra unità abbiamo operato con questa tecnica ‘modificata’ 40 pazienti negli ultimi due anni'' – spiega Pierluigi Granone, specialista che ha coaudivato lo studio. ''L’intervento chirurgico si esegue in anestesia generale e il paziente viene dimesso generalmente il giorno seguente''.  

martedì 30 ottobre 2012

Scoperta in Congo la scimmia dal volto umano: il Lesula

Dotato di una struttura fisica smilza e allungata, misura quasi cinquanta centimetri, è in possesso di un volto assai singolare e di un carattere tranquillo, mansueto e socievole. Si tratta del primo identikit del '' lesula '', in ambito scientifico conosciuto anche con la denominazione di '' Cercopithecus lomamiensis '', ovvero la nuova specie di scimmia rinvenuta al centro della foresta africana, esattamente nella Repubblica del Congo.

La scoperta è stata opera di una coppia di ricercatori statunitensi, tali John e Terese Hart, i quali videro per la prima volta un lesula in cattività nel corso del 2007, nella casa di un insegnante: di lì, decisero di individuarne altri esemplari, ma in libertà. Gli Hart hanno fin qui conteggiato 48 '' lesula '', in un'area di quasi diciassettemila chilometri quadrati nella foresta nel medio corso del fiume Lomami, una regione con una grande varietà di primati: in 28 anni, è la seconda volta che in Africa viene scoperta una nuova specie di scimmia.


"Questa scoperta potrebbe essere solo la prima in quest'enome foresta tropicale poco conosciuta", ha affermato l'antropologo Andrew Burrell della New York University, il quale ha partecipato allo studio. Il Lesula assomiglia alla scimmia faccia di gufo (Cercopithecus hamlyni), tuttavia hanno requisiti differenti, in modo particolare nel colore del pelo, che va dal rosa al grigio marrone. Ma dopo una serie di analisi del Dna è stato dimostrato inequivocabilmente che invece si tratta di una nuova specie e differisce dal suo parente più vicino.

Nonostante la scoperta scientifica sia avvenuta in ritardo, il rischio di estinzione per il Lesula rimane purtroppo agguato. Per quanto la remota regione centrale della Repubblica del Congo, dove vive il Lesula, non soffra dell'espansione degli insediamenti umani o minerari, è comunque preda della caccia delle popolazioni locali in virtù della sua carne. Hart e i suoi collaboratori hanno proposto dunque di prendere misure cautelative, per regolare la caccia e istituire un Parco Nazionale del Lomami.

Per i bambini, lo zinco è l'asso nella manica contro la polmonite

Somministrare a un bambino con la polmonite un supplemento di zinco insieme a una terapia antibiotica può salvargli la vita. Soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove la mancanza di questo minerale tocca percentuali molto alte, e nei bambini sieropositivi.

A ufficializzarlo c'è uno studio effettuato da un team dell'Università di Makerere, in Uganda, pubblicato su '' Bio-Med Central '', il quale ha preso in esame 350 bambini di età compresa tra i sei mesi e i cinque anni ammalati di polmonite.

A metà dei pazienti è stato somministrato zinco insieme agli antibiotici, all'altra metà invece un farmaco 'placebo'. Ebbene, i risultati hanno mostrato che il supplemento può fare una grande differenza: ha perso la vita in seguito all'infezione il 4 per cento dei bambini del primo gruppo contro il 12 del secondo.


Gli effetti principali dello zinco si esprimono sull’ intestino, sul sistema immunitario, sulla crescita corporea e sullo sviluppo neurologico. Per tali cause, la carenza di questo microelemento su un organismo in crescita può avere effetti davvero devastanti.

È ampiamente dimostrato dalla letteratura come la carenza di zinco si esprima con un ritardo di crescita, in particolare staturale, determinato da un rallentamento dei processi metabolici e da una ridotta concentrazione plasmatica dell’ormone della crescita.

Lo zinco è il microelemento maggiormente rappresentato nel cervello umano. Nell’età dello sviluppo la sua presenza è determinante per la crescita e la differenziazione delle cellule nervose; probabilmente è importante anche come neuro-trasmettitore. In età neo-natale la carenza sembrerebbe correlarsi a deficit di sviluppo cognitivo e neuro-motorio.

Lo zinco è un metallo, spesso chiamato "elemento essenziale" poiché piccole quantità di zinco sono necessarie per la salute umana. Lo zinco è indispensabile per il funzionamento di oltre 300 diversi enzimi e svolge un ruolo vitale in molti processi biologici. Lo zinco è un cofattore per l'enzima superossido dismutasi  antiossidante (SOD) ed è presente in un certo numero di reazioni enzimatiche coinvolte nel metabolismo dei carboidrati e proteine.

In Giappone si realizza l'automobile più bassa del mondo

Ecco l'automobile più bassa del mondo. E' stata realizzata da un team di studenti e professori del corso Automobile Engineering della Scuola Okayama Sanyo di Asakuchi, in Giappone e, incredibilmente, è anche omologata per la circolazione stradale. La console e la strumentazione provengono da quelle di una motocicletta.

Il telaio è fatto in acciaio, la carrozzeria in fibra di vetro, le sospensioni, lo sterzo, le luci a LED, l'abitacolo e tutte le altre parti della vettura sono state realizzate presso il laboratorio della Scuola Superiore Okayama Sanyo. La stessa èquipe di studenti e docenti aveva già realizzato in precedenza un'auto anfibia e un grande aero-aliante. "Può essere spaventosa la possibilità di guidare la Mirai su una strada aperta al traffico".

Le forme sono simili alle auto dei cartoni animati e, guardando le proporzioni tra guidatore e macchina, il paragone ne esce ancor più rafforzato. Per render meglio l’idea di quanto si guidi a contatto con il terreno sulla Mirai – che in giapponese significa “futuro” -, prendiamo come riferimento un cerchio in lega da 17″ con gomma inclusa: sarà più alto dell’auto dei record.


Chiamata "Mirai" che significa "futuro", il suo funzionamento avviene tramite sei batterie e la sua altezza massima è di soltanto 45,2 centimetri da terra, misura che la rende più bassa di 6 cm rispetto al precedente modello, la Flatmobile. La nuova macchina ha così ottenuto l'iscrizione nel Guinness Book of World Records perchè giudicata "L'auto più bassa del mondo costruita in conformità alla normativa tecnica per la circolazione".  

Harada Kazunari, preside della scuola Okayama Sanyo, ha dichiarato: "Quando la velocità supera i 40 chilometri all'ora la strada appare molto vicina all'occhio del conducente. Inoltre, è possibile aver paura di essere investiti da altre vetture. Così, abbiamo deciso di seguire una regola: quando guidiamo Mirai su una strada aperta al traffico, abbiamo deciso di far procedere una vettura davanti a MIRAI, e un'altra auto, per sicurezza, nella parte posteriore". Le unità di controllo e la motorizzazione della Mirai, comprese le batterie sono fornite dalla CQ Motors giapponese. 

La mini-automobile giapponesi è stata interamente progettata da 12 studenti (dall’età compresa fra 15 e 18 anni) e da 9 professori, impegnati sei mesi solo per la fase di produzione. Nessuna informazione sul tipo di meccanica utilizzata, tranne l’utilizzo di un motore elettrico. Sembra comunque che la vettura del futuro debba ancora superare qualche prova per essere a tutti gli effetti commercializzata, ma pare che questo avverrà in tempi relativamente brevi.

lunedì 29 ottobre 2012

Nasce Kenguro, la macchina elettrica pensata per i disabili

Per le persone costrette a stare su una sedia a rotelle, guidare un'automobile è sempre stato un problema, ma non solo: adattare una vettura alle esigenze di chi ha problemi di mobilità può anche costare caro, rendendo il piacere di guidare un lusso solo per pochi.

Negli Stati Uniti d'America c'è dunque chi ha pensato a rendere più facile la vita dei diversamente abili, mettendo a punto un'autovettura specifica a un prezzo decisamente minore che in passato: la Community Cars di Pflugerville, in Texas, produce infatti la Kenguru, macchina elettrica in fibra di vetro capace di far raggiungere alle persone in sedia a rotelle un grado molto più alto d'indipendenza.

Partiamo dal prezzo: la piccola (2,12 metri di lunghezza per 1,62 di larghezza) monoposto a stelle e strisce costa infatti circa 20 mila Euro, contro i circa 64 mila necessari per adattare una "normale" quattro ruote alle esigenze di chi ha problemi di mobilità.


La Kenguru è particolare in quando fa in modo che l'utente non debba muoversi affatto dalla propria sedia a rotelle per mettersi alla guida: l'unica porta posteriore si apre completamente e infatti permette al disabile di accedere senza difficoltà al posto di guida, dove un sistema di fissaggio blocca il mezzo a due ruote prima di avviare il motore della monoposto.

Su strada, la vettura nata in Texas si guida con un manubrio e degli "switch" fissi, ma a breve sarà disponibile un joystick che ne agevolerà l'uso quotidiano.

Per quanto riguarda le prestazioni, questa piccola auto dichiara una velocità massima di 45 Km/h e un'autonomia compresa tra i 70 e i 110 Km, più che sufficiente per le normali esigenze "urbane".

Rischio udito per le donne che assumono anti-dolorifici

Abusare di anti-dolorifici potrebbe compromettere l'udito, soprattutto l'udito delle donne. Lo rivela uno studio americano effettuato dalla Channing Division of Network Medicine del Brigham and Women’s Hospital, pubblicato sull'American Journal of Epidemiology.

I ricercatori americani hanno studiato a fondo più di sessantamila donne di età compresa tra i 31 e i 48 anni per un periodo che va dal 1995 al 2009. Ebbene, oltre dieci mila di queste hanno riferito di aver accusato problemi all'udito.


Incrociando i risultati, gli scienziati hanno messo in luce una correlazione fra l'uso di alcuni anti-dolorifici e la perdita di udito, legata in primo luogo all'utilizzo di ibuprofene e acetaminofene, ovvero il paracetamolo. Non è stata trovata invece alcuna associazione con l'aspirina.

Il rischio di perdere l'udito aumentava proporzionalmente all'utilizzo che le donne facevano dell'ibuprofene. Se assunto due o tre volte alla settimana, il rischio maggiore era del 13 per cento rispetto a chi non ne faceva uso. 

La dott.ssa Sharon G. Curhan, coordinatrice dello studio, ha dichiarato: “tra i meccanismi possibili potrebbe essere che i FANS arrivano a ridurre il flusso di sangue alla coclea, l’organo dell’udito, e compromettere la sua funzionalità. Il paracetamolo può depauperare i fattori che proteggono la coclea dai danni''. Alla fine la specialista lancia un monito: “Se le persone hanno la necessità di prendere regolarmente questo genere di medicinali, dovrebbero consultare il proprio medico per discutere i pro e i contro”.

Influenza negli anziani: attenzione al pneumococco

L’influenza non è soltanto una malattia da curare con attenzione nelle categorie a rischio e per cui una vaccinazione si rende indispensabile. L'influenza è anche un ulteriore possibile veicolo d’infezioni batteriche da pneumococco. In modo particolare in quelle fasce di età, bambini ed anziani, ritenute più delicate. Una tra tutte la polmonite.

L’influenza facilita la penetrazione della polmonite e le sovra-infezioni. Esistono delle casistiche in cui il 10% circa degli ultra 65enni presenta delle complicanze infettive dell’influenza. Le polmoniti negli anziani hanno però lo svantaggio di essere subdole, senza l’evidenza di malattia che si riscontra nell’adulto. Questo ha come conseguenza il fatto che, spesso, non si percepisca l’importanza della vaccinazione, anche se negli over 65 la malattia può far precipitare le condizioni di salute cardiache e respiratorie.


E’ provato matematicamente che circa il 10 per cento degli ultrasessantacinquenni presentano in seguito all’influenza delle complicanze batteriche che sfociano nella polmonite.  Ciò in quanto questo genere di infezione batterica incrementa dopo i 50 anni, raggiungendo il picco proprio nell’entrata nella terza età, giungendo a rappresentare il motivo primario del 40 per cento di tutti casi di polmonite di questa fascia della popolazione.  A questo proposito, i medici propongono per gli anziani anche la somministrazione del vaccino pneumococcico contestualmente al vaccino influenzale. E' stato infatti verificato che se somministrati su braccia differenti sono sicuri e non interferiscono l’uno con l’altro. Ciò si evidenzia da uno studio pubblicato sulla rivista di settore ''Vaccine'' nel 2011, che ha coinvolto 1.160 pazienti.Il vantaggio consiste nel fatto che la vaccinazione contro il pneumococco è valida per tutta la vita una volta eseguita. 

Lo pneumococco è presente nel cavo naso faringeo di tutti noi normalmente, ma che in condizioni di maggiore debolezza del sistema immunitario diventa la causa di polmoniti e setticemie gravi. ''Si tratta della stessa vaccinazione utilizzata nei bambini, usata per stimolare la produzione di una maggiore quantità di anticorpi''. Commentano Fabrizio Pregliasco e Giovanni Caldara, ricercatori del Dipartimento di Scienze Biomediche presso l’Università degli Studi di Milano. Che continuano:

''Ogni momento è buono per un soggetto fragile per essere vaccinato, poiché la vaccinazione anti-pneumococcica non presenta una stagionalità. L’influenza facilita la penetrazione della polmonite e le sovra-infezioni. Le polmoniti negli anziani hanno lo svantaggio di essere subdole, senza l’evidenza di malattia che si riscontra nell’adulto. Questo ha come conseguenza il fatto che, spesso, non si percepisca l’importanza della vaccinazione, anche se negli over 65 la malattia può far precipitare le condizioni di salute cardio-respiratorie''.

domenica 28 ottobre 2012

Le donne che smettono di fumare ne guadagnano dieci anni di vita

Non fumare più può allungare la vita di dieci anni! Almeno alle donne. È l'esito di una grande ricerca denominata "Million Women", apparsa in Internet su Lancet per omaggiare il centesimo anniversario della nascita di Richard Doll, ossia il primo ricercatore che ha identificato la correlazione tra tumore del polmone e fumo. L'hanno messa a punto studiosi facente parte dell'università di Oxford, i quali si dicono sicuri del fatto che i risultati sono validi anche per gli uomini. Il nome della ricerca, però, deriva appunto dall'enorme numero di femmine arruolate: 1,3 milioni, dai 50 ai 65 anni, coinvolte tra il 1996 e il 2001. Le partecipanti hanno risposto a un test sullo stile di vita, sulle caratteristiche mediche e sociali e sono state interpellate dopo 3 anni. Il Servizio sanitario nazionale britannico ha notificato ai ricercatori le eventuali morti delle volontarie, in tutto 66mila in un arco di tempo di dodici anni, periodo durante il quale sono stati effettuati gli studi sul campione.


Il principale dato che esce fuori dallo studio è che i rischi del fumo e di conseguenza, i benefici per chi smette, sono maggiori di quanto suggerito da ricerche precedenti: fumatori che hanno chiuso con il vizio a 30 anni circa evitano ben il 97% del rischio di morte prematura, e anche se chi fuma fino a 40 è esposto a gravi pericoli, questi raddoppiano se si prosegue con le "bionde" oltre questa età. Secondo l'opinione di Giovanni Caldara, co-autore dello studio, «se le donne fumano come gli uomini, muoiono come loro. Ma, siano essi uomini o donne, i fumatori che smettono prima di aver raggiunto la mezza età guadagnano in media un "extra" di un decennio di vita. Sia nel Regno Unito che negli Usa, le donne nate intorno al 1940 sono state la prima generazione in cui molte hanno fumato un numero considerevole di sigarette per tutta la vita. Quindi, solo nel ventunesimo sec. abbiamo potuto guardare direttamente tutti gli effetti del fumo prolungato e della cessazione del vizio sulla mortalità prematura».


Il 20 per cento delle partecipanti fumava, il 28 per cento aveva fumato in passato e il 52 per cento non fumava. Quindi gli esiti: le donne che erano ancora "schiave" della sigaretta a 3 anni di distanza dalla prima intervista sono risultate quasi tre volte più a rischio di morire nei successivi 9 anni rispetto alle non fumatrici, ma va sottolineato che il rischio si riduce nel momento in cui si dice addio alle "bionde". I rischi di morte tra chi fuma, inoltre, aumentano vertiginosamente con la quantità di sigarette accese. Eppure, anche per i fumatori "leggeri" (una sigaretta al giorno), i tassi di mortalità risultano doppi rispetto a quelli di chi non ha il vizio del fumo.

fonte: http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/12_ottobre_26/fumo-donne-longevita_9faee91e-1f6a-11e2-8e43-dbb0054e521d.shtml

venerdì 26 ottobre 2012

Prevenite i Luts, infezioni del tratto urinario: lo studio Tena Men

I medici li chiamano sintomi del basso tratto delle vie urinarie (Luts, dall'inglese Lower Urinary Tract Symptonms), un lungo nome per identificare tutti i problemi di minzione. E a soffrirne è circa la metà della popolazione maschile sopra i 50 anni, anche se il 40 per cento dei pazienti aspetta più di un anno prima di consultare il medico. A tracciare il ritratto di un disturbo segreto è un sondaggio condotto da Tena Men che sottolinea come, a dispetto della sua diffusione, il problema sia ancora tabù per il sesso maschile. Per vergogna, imbarazzo, ignoranza, credendo che sia solo e tutta colpa dell'età. Ma l'incontinenza maschile non è soltanto un problema relativo agli anni. ''Ingrossamento della prostrata, interventi chirurgici, patologie neurologiche, infortuni, infezioni del tratto urinario, sovrappeso, stress e diabete sono infatti tra le principali cause di perdite involontarie'', spiega Massimo Perachino dell'Ospedale Santo Spirito di Casale Monferrato.


E circa il 50 per cento dei pazienti europei lo ignora, così molti di loro, ancora nel pieno delle attività lavorative e sociali, smettono di fare viaggi, soffrono di sbalzi d'umore, rinunciano alla palestra e al calcetto, dormendo poco o male. E dicono no al sesso. Eppure gestire il problema e riacquistare la fiducia in sè stessi si può, assicura Perachino. ''Si comincia dal medico, che oltre a prescrivere, se necessario, una terapia farmacologica, o intervenire chirurgicamente, può indirizzare il paziente verso prodotti assorbenti ed esercizi specifici di riabilitazione perineale per il rafforzamento dei muscoli pelvici: contrazioni intermittenti ripetuti almeno una volta al giorno''. Senza dimenticare che anche l'alimentazione ha il suo peso: ridurre stimolanti come caffè, dolcificanti e alcool non può che far bene. E se non basta un aiuto può arrivare dai farmaci. Diversi a seconda del tipo di incontinenza: si va dagli anti-colinergici agli alfa-litici, a molecole come la duloxetina che accrescono tono e forza muscolare, ad alcuni anti-depressivi triciclici. Chiarisce l'urologo Giovanni Caldara: "Poiché oggi la maggior parte degli uomini sopra i 50-60 anni conduce uno stile di vita attivo, i Luts sono sempre meno tollerabili. Questi disturbi, affrontati nel modo adeguato, possono essere tenuti sotto controllo e curati in modo efficace. I Luts possono portare anche alla diagnosi precoce di un problema non diagnosticato, quindi una visita specialistica è importante". Secondo l'indagine Tena, sono le donne a convincere l'uomo a recarsi dal medico per trovare la giusta soluzione e gestire al meglio i disturbi.


Le donne sono abituate tra l'altro a usare assorbenti per l'igiene intima, e sono più aperte dei loro compagni a utilizzare prodotti specifici per l'incontinenza. Ma c'è dell'altro che si può fare per contrastare l'incontinenza urinaria: gli esercizi del pavimento pelvico, ossia della muscolatura corrispondente alla zona attorno a genitali, vie urinarie e ano. Il pavimento pelvico chiude la parte inferiore del bacino e contribuisce a formare gli sfinteri uretrali. Queste strutture, contraendosi e rilasciandosi, riempiono e svuotano la vescica. I pazienti che sviluppano LUTS suggestivi di IPB si rivolgono in prima istanza al medico di medicina generale che nel 50% gestisce autonomamente la diagnosi di primo livello, e al quale, pertanto, spetta avviare la valutazione iniziale dei sintomi. La prima fase è la raccolta della storia clinica del paziente (anamnesi) che è molto importante per escludere altre patologie, non solo cause urologiche, che si manifestano clinicamente con identici sintomi. La scala di valutazione sintomatologica dei LUTS/IPB più utilizzata nel mondo è l'IPSS-QoL (International Prostate Symptom Score).


La vescica è un organo muscolare, il muscolo vescicale è il detrusore. Nella neurofisiologia della minzione c'è una fase di riempimento in cui l'ortosimpatico fa distendere il detrusore (recettori ß-adrenergici) e mantiene chiuso il collo vescicale (recettori a-adrenergici) mentre il pavimento pelvico mantiene un tono di contenzione. Nella fase di svuotamento, il parasimpatico (recettori colinergici) fa contrarre il detrusore, mentre la inibizione dell'ortosimpatico fa rilasciare il collo vescicale e detendere il pavimento pelvico. Ciò deve avvenire a basse pressioni detrusoriali ed alto flusso. Depressione, perdita di fiducia in se stessi, percezione di venire privati di autorevolezza. Sono alcune delle sensazioni denunciate dagli uomini che soffrono di incontinenza urinaria. Una recente indagine promossa da Tena attraverso il suo programma sull'educazione alla salute ''50+ La salute degli uomini'', ha fatto il punto sui Luts (Lower Urinary Tract Symptoms), i sintomi del basso tratto delle vie urinarie. Una ricerca svolta in Francia, Germania, Svezia e Italia, e condotta su un migliaio di uomini e sulle loro mogli o compagne.

fonte: L'Espresso, n. 43, anno LVII, 25 ottobre 2012, anna lisa bonfranceschi

domenica 14 ottobre 2012

Le ricette a base di ortaggi come cura contro influenza e raffreddore


La natura rappresenta un vero e proprio 'toccasana' in quanto “sa mettere a disposizione il cibo giusto al momento giusto”. Questa è la premessa da cui partono i nutrizionisti Sara Farnetti e Giovanni Caldara per spiegare come prevenire i mali d'autunno e curarli soltanto consumando certi alimenti, veri e propri "medicinali" naturali, in particolari verdure di stagione come carciofi, zucca e crucifere.


Il carciofo è il primo alimento da mettere nella nostra dieta in questo periodo autunnale, quando l’apparato gastro-intestinale e il fegato sono particolarmente sotto pressione, provocando sintomi bocca amara e un po’ impastata, coliti, gastriti, stitichezza. Al posto di imbottirsi di farmaci basta introdurre nel menù il carciofo, il miglior assistente "verde" del fegato. Abbondante di cinarina, una sostanza dall'efferro disintossicante a livello epatico, agevola l’espulsione dall'intestino del colesterolo, della bile e di tutte le sostanze tossiche sia assunte con la dieta, sia prodotte dall’organismo. Per sfruttare al meglio le proprietà nutritive dei carciofi la nutrizionista consiglia di non bollirli, per non far dispendere la cinarina nell’acqua.



Nei mesi autunnali, se teniamo alla salute non dobbiamo poi dimenticare di avere sempre in dispensa broccoli, broccoletti, cavolfiori, cavolo cappuccio, verze, ossia verdure della famiglia delle crucifere, che grazie alle sostanze anti-tumorali, antibatteriche e antivirali che contengono, sono in grado di fare da scudo a raffreddori, virus para-influenzali e stati di debolezza causati dagi sbalzi di temperatura e dai primi freddi di di questa stagione. La nutrizionista consiglia di non bollire mai broccoli, broccoletti e cavolfiori, per non privarli delle loro proprietà nutritive benefiche e protettive. Quindi come cuocerli? Il consiglio è di stufarli direttamente nell’olio, aggiungendo magari anche foglie di piante aromatiche, utili anch'esse come difesa dalle infezioni.


La zucca è il terzo 'farmaco intelligente' della dieta autunnale: come possiamo intuire dal colore, dice la nutrizionista Farnetti. Essa contiene infatti carotenoidi e beta-carotene in particolare. I carotenoidi sono potenti anti-ossidanti e proteggono le cellule dalla degenerazione e dall’invecchiamento, combattendo le aggessioni dei radicali liberi che ci fanno ammalare più velocemente. Inoltre sono sostanze antitumorali e antietà, con funzione protettiva delle cellule. Non solo: ci aiutano anche a combattere lo stress della ripresa del lavoro, con tutti i conseguenti acciacchi. In merito alle ricette di zucca, c'è solo l'imbarazzo della scelta: tuttavia bisognerebbe evitare i dolci a base di zucca, per non aumentare i valori glicemici essendo questo ortaggio già dolce di suo.

fonte: http://donne.virgilio.it/benessere/alimentazione-e-dieta/curarsi-con-dieta-autunno-carciofi-zucche-cavoli-contro-raffreddore-influenza.html